Laura Aprile – MAGNIFICAT

29 novembre 2024 – 31 gennaio 2025

SACRA ET PROFANA AD DESCERNENDUM
Il nudo, convenzionalmente inteso, ha da sempre rappresentato nella storia delle arti visive il
punto di partenza per la presa di coscienza del proprio esistere. Laura Aprile riprende la pittura
accademica, di cui il genere è stato soggetto e ne dà un’interpretazione sensibile e originale
capace di catturare nuove aperture.
Mimesi della natura stessa, Gea, madre generatrice, la donna nuda diventa vita e origine dell’uomo
e si palesa altresì come forza sensuale e scatenante delle pulsioni umane, nella manifestazione
dell’eros attraverso la libera espressione di sé, nel totale trionfo della bellezza del corpo.
Evidente il legame iconografico con il tema della Venere a cui l’artista si ispira evocando, nella
posa e nella seducente nudità, i concetti universali di amore e bellezza femminile.
È un effetto tutt’altro che sotteso da un eccesso di vanità e perfezione per delineare la connessione
tra conscio e inconscio.
Nuda è la verità, dichiara l’Iconologia di Cesare Ripa: “Fanciulla ignuda con alcuni veli d’intorno,
per dimostrare che deve essere ricoperta, e adornata in modo che con le parole, che non si
levi l’apparenza del corpo suo bello, et delicato, e di se stesso più che d’ogni altra cosa adorna
et s’arricchisce”.
Semplice e naturale, spogliata di veli o vesti, la verità è se stessa senza dissimulazioni, sincera.
Il ricorso al nudo si carica di una valenza più profonda che si manifesta nella volontà di spogliarsi
da tutte le convenzioni e sovrastrutture, pesanti e invadenti, maschere imposte dalla società o
dalle insicurezze, per resistere nella trasparenza della propria identità. Il corpo diventa il guscio
che protegge l’anima, la custodisce come sacra effige nell’ara di un tempio. L’artista pare
esibirsi sfacciatamente disinvolta, inganna l’osservatore che, ammirandola nella totale armonia
della sua nudità, si illude di coglierne l’intima natura. In vero, essa resta ben celata nel silenzio
di uno sguardo negato, protetto dal simulacro di tanta magnificenza che, come un muro, separa
dall’esterno.
Osservando queste creature si è avvolti dal mistero; viene da interrogarsi sull’intima natura della
bellezza sospesa, in tensione tra apparenza ed essenza, sul mostrarsi o nascondersi ma ancor più
interessante è capire se questa implicita negazione è rivolta verso l’esterno oppure all’interno,
nell’orizzonte di una non completa accettazione del sé in bilico tra ingenuo timore e smaliziato
desiderio di scoperta.
Apertura e chiusura caratterizzano le opere che sembrano incarnare i lati del dualismo insito
nel genere umano sin dalle origini: sacro e profano. Ambiguità che segna la donna, vittima e carnefice,
strega e angelo, proiettandola in un indecifrabile senso di smarrimento.

È l’indagine profonda sull’essenza femminile, intesa come figura ideale in cui potersi identificare
e che l’artista vive in una rappresentazione anche autobiografica che sfocia nel riconoscimento
della propria autocoscienza.
Lo stile maturato da Laura si concretizza nella naturalezza della carne che si accende tramite un
tonalismo caldo e luminoso.
La figura è quasi sempre completamente nuda, la sericità e i panneggi sofisticati risaltano sul
fondo scuro e si amplificano in trame dettagliate che attingono dalla tradizione fiamminga e
dall’iconografia erotica, legano il femminile al sentimento acceso, esaltano la teatralità nella scena.
È Venere che nasce dai petali di un fiore che sboccia, rivelando, come una perla, la preziosità
della sua creatura.
La composizione si intensifica di valori plurimi, si spinge nella visione i cui echi si sciolgono nella
storia dell’uomo. Il serpente rimanda al peccato originale, al senso di colpa ma è pure rinascita,
vita dopo la morte e conoscenza.
Ogni livello di lettura non esclude l’altro; anzi è assai probabile che l’artista abbia voluto giocare
per invitare lo spettatore a un’analisi profonda divenendo specchio delle metamorfosi dell’esistenza
umana.


Elisabetta Leporelli
Storica dell’Arte